Dante, l’italiano e le frasi incomprensibili

Dante Alighieri

Che Dante è il padre della lingua italiana ce lo raccontano fin dalle scuole medie. Ma che vuol dire davvero?
La storia è lunga, ma forse merita qualche secondo di attenzione. C’era una volta l’impero romano, dove tutti, più o meno, parlavano latino, ognuno un po’ a modo suo. Poi l’impero cadde e quel “ognuno a modo suo” diventò davvero diverso da un luogo all’altro. Talmente diverso da dare origine a tantissime lingue, tra cui i vari dialetti italiani, che sono quindi delle varianti del latino, non certo dell’italiano. E quindi? Che c’entra Dante? C’entra e anche molto. Anche lui parlava il suo dialetto del latino, cioè la lingua toscana, e sognava un’Italia unita, già nel ‘300, con buona pace di chi dice che l’idea venne ai tempi di Manzoni, circa mezzo millennio dopo.

Dante e la lingua comune

Creare una lingua comune gli deve essere sembrato un tassello importante, ci ha scritto sopra persino un trattato, il “De vulgari eloquentia”, un bel tomo in latino che spiega tutta la questione. Il punto però era un altro, creare un libro che tutti potessero leggere o farsi leggere, così la nuova lingua si sarebbe diffusa. Si dedicò allora a un’impresa alla sua portata, scrivere la più grande opera letteraria di tutti i tempi, che intitolò  “Commedia”. Ad aggiungerci divina ci pensò poi un altro toscano, Boccaccio, un po’ per l’adorazione smodata che nutriva per quell’opera, un po’ per l’argomento.

I neologismi di Dante

E nella Commedia comparvero espressioni e neologismi passati alla storia che usiamo tutti i giorni, senza sapere che li dobbiamo proprio a Dante.

  • Senza infamia e senza lode
  • il bel Paese
  • Cosa fatta capo ha
  • Galeotto fu…
  • Bolge
  • Stilnovo

Dante pape Satán
Ci sono poi espressioni che Dante stesso usa una sola volta i cosiddetti hapax legomenon tra cui uno dei più famosi è forse “Pape Satán, pape Satán aleppe” con cui si apre il VII canto dell’“Inferno”. E se vi chiedete che vuol dire, sappiate che siete in buona compagnia. Sull’interpretazione di questo verso dantesco sono stati versati più litri di inchiostro che birre all’Oktoberfest. Quindi, non ci rimane che brindare a questo Dantedì che, tra l’altro, è stato chiamato così perché proprio il 25 marzo 1300 il Sommo Poeta dette avvio al suo viaggio nell’oltretomba.

Per chi volesse sentire una spiegazione migliore, vi lascio alle parole di Gassman.

 

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